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Angolo della lettura - La Morte ora avrà il tuo volto

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Scrivo in riferimento alla settimana santa. Settimana che caratterizza non solo la vita spirituale di questo mese, ma l’intera vita del credente. In essa si ricapitola tutta la storia del mondo. Perciò è detta anche settimana maggiore, paradigma ed emblema di ogni tempo. Il piano di Dio è unitario: la creazione è ordinata all’Incarnazione; e questa è ordinata alla Eucaristia, all’Incarnazione più grande, cosmica: cioè al fatto che Cristo si fa umanità intera e transustanzia in sé i frutti della terra. Per l’Eucaristia nasce la chiesa, ultima manifestazione del divino nel mondo,  speranza estrema delle  cose: «Questo pane di vita eterna e questo calice della perpetua salute». Il che vuoi dire che dopo gli avvenimenti della settimana santa non ci sarà più altra novità sulla terra fino alla consumazione dei secoli. «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi. In verità vi dico che non la mangerò più fino al giorno in cui essa si compirà nel regno di Dio» (Le 22,15-16).
A insistere, si potrebbero trovare parallelismi a non finire tra la prima settimana del mondo e questa settimana di Cristo. Nella prima sono state fatte le cose, nella seconda le stesse vengono rifatte e ricongiunte col Signore, sempre per opera dello stesso Verbo divino. La liturgia di questa settimana finirà così: «Notte veramente felice, beata notte di cui è scritto che la notte sarà chiara come il giorno; che la notte sarà la mia luce e la mia gioia».
 
La notte dell’ultimo giorno avanti la risurrezione la santa carne di Cristo riposerà in seno alla terra. Tutto sarà compiuto nella sua consumazione e il creato sarà santificato al contatto sacramentale con la carne di lui. «Da questa notte tutti gli esseri del mondo sensibile porteranno in sé, germe di vita nuova, una parte di questo amore. Il vecchio mondo è infranto; sorge il nuovo, stimolato nella sua crescita dal nuovo fermento della carne immolata e del sangue sparso del Signore».

«L’antico timore è abolito, nuova speranza è accesa nel cuore degli esseri, a tutti è concesso di comprendere nell’Amore il senso dell’esistere. Nuova bellezza, la bellezza semplicemente, sale dal profondo della terra e risveglia le sue creature che diventano benigne e amiche» (Vannucci).
 
Già fin dalle prime domeniche di Quaresima il cammino verso la risurrezione si avvicina alle opere supreme. La liturgia si è fatta ancora più intensa nello svolgimento del dramma sacro. Evidente pertanto l’ardore con cui tutta la chiesa si è accinta a celebrare il mistero del dolore da cui doveva nascere la mie, creazione, e noi fatti partecipi della stessa vita eterna. Un fervore quasi trionfale ci porta tutti a evocare e ripetere in noi la passione di Cristo, ad assistere al duello della vita con la morte. E sarà precisamente la morte a cambiare volto e sostanza.
 
Nessun mistero, senza la rivelazione e l’opera di Cristo, è così impenetrabile come il mistero della morte. L’uomo è braccato dalla morte. Dal giorno stesso che nasce egli può segnare sul suo calendario un giorno di mriio da vivere. Non c’è scadenza per la morte, poiché ogni giorno può essere il suo giorno. Ora poi che la morte naturale si fa sempre più rara e problematica, il suo minaccioso enigma si fa ancora più incombente: si va verso la morte organizzata e collettiva.

Ogni progresso umano segna assurdamente anche un progresso verso e per la morte. E quando non è una sorpresa, quando cioè può essere come una invocata li¬berazione da dolori atroci o da una vita divenuta un grave peso, essa segna sempre una violenza; e si conclude in catastrofe.
 
Essa spezza il desiderio innato di vivere e di trovare la felicità nell’amore delle persone care. E però, al di là della sua muraglia impenetrabile, vi è sempre una speranza, vaga ma inestinguibile, che la vita dello spirito continui in qualche modo dopo la morte.

È qui che ogni religione ha cercato di dire una parola rassicurante a conforto di questa speranza. Comunque, anche per le religioni più luminose, i morti sarebbero andati sempre nel regno dell’oscurità, nel nirvana, nell’ade. Anche per i giudei è stato il più grave dei problemi. E solo dalla rivelazione sapevano che per i giusti vi era una vita nella pace di Dio, nel seno di Abramo. Alcuni credevano nella risurrezione, nel regno messianico. Era una speranza suscitata dall’intuizione profonda dello spirito umano e immortale, e confermata dalla parola dei profeti. Ma tuttavia era sempre una speranza oscura.
 
Così la morte si presentava in tutto il suo sfacelo; e anche se per tutti non spegneva il lucignolo dell’attesa di un’altra vita, essa segnava sempre la distruzione fatale di questa vita terrena.

Per questo esiste la morte: contro l’atto di ribellione dell’uomo, essa è segno che Dio non rinuncia, né può rinunciare, al suo potere sulle cose. Finché esiste, il conto con Dio è sempre aperto. Per ciò deve ancora e sempre esserci una morte. Cristo non è venuto ad eliminarla, è venuto a darle un altro senso. Continueremo a morire anche dopo la morte di Cristo, ma essa non ci farà più paura: «Egli sarà la risurrezione e la vita e uno, se crede in lui, anche se morto vive» (cf. Gv 11,25). Tale è l’ope¬ra grandiosa che si deciderà in questi giorni.

La morte per amore, la morte come sacrificio accettato per amore; anzi la morte come obbedienza è il grande segreto di Cristo. Perciò la nostra morte, dopo quella del Signore, non è in contrasto con la vita: non segnerà il trionfo di nessun pessimismo. Resterà come pena, ma non come condanna e tanto meno come disprezzo verso le cose.

Quest’aspetto della morte come strumento di ripara¬zione dell’ordine violato per via di una colpa originaria e come dipendenza di tutto il nostro essere - e quindi di ogni cosa - da Dio, ci fa vedere, proprio nel male che noi più temiamo, il momento rivelatore della verità più necessaria e il mezzo supremo della redenzione. Con l’atto di amore di Cristo è riscattata anche la morte, viene santificata ed essa stessa si farà sacramento, segno sensibile dell’ultima grazia, quella dell’incontro col Vivente.

Nessuno prima di Cristo aveva pensato così alla nostra fine. È stato il Figlio di Dio che «facendosi somigliante agli uomini ed essendo esternamente riconosciuto come uomo, umiliò se stesso, fatto obbediente fino alla morte» (Fil 2,7-8), ed ha affidato il suo futuro nell’infinita fiducia alle disposizioni del Padre: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio» (Lc 23,46).

PENSATE: È RISORTO!
 
E parliamo della Pasqua. Prima cosa: a crederci sul serio, qui dovrebbe cambiare ogni cosa: la mia e la tua vita, la storia del mondo. Io non credo che ci crediamo sul serio. O almeno, io ho molti dubbi circa la mia fede. Credere è vivere, è testimoniare, è cercare di renderci sempre più conformi con ciò che si crede.
 
Credere che Cristo è risorto, vorrebbe dire vivere una vita da risorti; vorrebbe dire non avere più paura della morte («O morte, dov’è la tua vittoria? dov’è il tuo pungiglione?»: 1Cor 15,55). Anche se può sopravvivere la ferita dello strappo violento, del distacco inatteso, e quel silenzio infinito che è proprio della morte. Certo, l’ultima nemica è la morte; ma altrettanto certo è che l’ultima parola non è della morte. «Non cercate tra i morti Colui che vive» (Le 24,5): già ora Egli vi precede su tutte le vie.
 
Pensiamo: una chiesa che crede davvero alla risurrezione! Sarebbe una realtà inaudita, sarebbe veramente una rivoluzione e sarebbe una chiesa libera, incondizionatamente libera, con nulla da perdere mai. Pensiamo: una chiesa che vive la vita del Risorto! Che appunto annuncia al mondo la verità in cui nessuno riesce veramente e totalmente a credere. Perché questo è il dubbio generale, onde ricorriamo tutti ai ripari. Difficile credere che la vita vinca sulla morte, specialmente in una civiltà di morte come la nostra. Abbiamo tutti la morte in faccia. Anche i bambini sono segnati dalla morte. Difficile credere che il bene vinca sul male: che non sono queste le cose che contano! Credere non tanto nell’’avvenire quanto nel futuro dell’uomo. La distinzione tra avvenire e futuro è data dalla morte di Cristo.
 
Ecco l’avvenire. Avevano accuratamente previsto ogni cosa, bisognava assolutamente farlo morire: «non in giorno di festa, perché non ci fosse tumulto del popolo» (Mt 26,5); bisognava anche premunirsi, screditarlo bene, diffamarlo davanti a tutta la gente; e poi farlo crocifiggere fuori le mura in mezzo a due malfattori, come un infame, come un maledetto. Poi chiuderlo in un sepolcro sicuro, sotto una pietra pesante; e poi provvedere anche a montar la guardia. Questo è avvenire: tutto previsto, tutto assicurato. Ciò che non era previsto era proprio il futuro: questo dato misterioso della storia...
 
Così è dunque il futuro. Mentre le donne andavano di buon mattino al sepolcro portando aromi per ungere il suo corpo (cose ancora proprie dell’avvenire), ecco che udirono un rombo come di gran terremoto: «Un angelo del Signore scese dal ciclo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Mt 28,2). Questo il futuro: l’imprevedibile, il non pianificato...

Sembrava tutto perduto, irrimediabilmente perduto. Sembrava che solo la potenza e la violenza e l’ingiustizia, e l’infamia e la morte avessero l’ultima parola. Invece... Pasqua: festa del riscatto. Che vuoi dire: di uno che paga .per la vita di un altro. Festa della liberazione, festa del povero che vince. A proposito, sono i poveri la profezia di Dio, oscura e terribile: sempre incombente profezia di Dio. «I poveri li avrete sempre con voi» (Mt 26,11): a rompere i vostri piani, le vostre sicurezze. Pen¬sare che non ci sarà mai pace sulla terra finché ci sarà un solo povero che grida giustizia.
 
E i potenti, più sono potenti più si sentono minacciati. Sono i poveri la paura dei ricchi, il loro incubo notturno, l’insopprimibile inquietudine del mondo; essi, gli anonimi strumenti di Dio contro i ricchi per cui i loro piani non riescono mai, né saranno mai sicuri dei loro possessi. Ci saranno sempre guerre finché ci saranno dei poveri e delle ingiustizie da rivendicare. E Cristo è la loro immagine, che nessuno potrà mai cancellare dalla terra.
 
Pensate, ogni domenica è Pasqua: è come se l’asse della terra si fosse spostato. La terra non gira più sotto l’impero della morte. La risurrezione di Cristo è l’unica cosa nuova sotto il sole: la causa dell’uomo che continua...
 
 
UNA PASQUA TUTTA MIA
 
Una Pasqua mia? tutta mia? Impossibile. La Pasqua appartiene al mondo, all’universo. Sono le costellazioni a determinare la Pasqua. È Dio che passa sulla terra, che ti attraversa la strada. Dio che veglia l’intera notte per liberare l’uomo dalla sua schiavitù. Dio che ti fa mulinello intorno alla vita; e tu dici che è il vento: invece è Lui. Egli passa di giorno, di notte, al mattino, in quell’attimo in cui trattiene il respiro tutto il creato; e passa la sera. Cammina sul mare, appare un attimo al limitare del monte, e poi dispare.
 
Pasqua è Dio che erompe dalle gemme, e fa della polvere del deserto una nuvola d’oro nel sole. A Pasqua Dio esce dal tunnel della morte. Infatti non muore nessuno:
 
Niente e nessuno muore definitivamente,
e perciò tu sei, perché sei tu la Vita.
Tu sei, e tutto vive tutto è in te che vive.
È altro modo di vivere:
per questo noi pure saremo per sempre: perché tu sei.
Dio della vita sei tu stesso che muori e rinasci,
che continui a nascere in ogni vita.
 
Vita che vince sulla morte; causa dell’uomo che continua. Perciò è sempre Pasqua. Tuttavia il mistero esige una precisa memoria. Il mistero è nascosto in una tomba, in un segreto ciborio, vero santo Graal. E tu hai bisogno di un giorno, e un tempo preciso, fissato, per capire, per essere introdotto nelle segrete stanze; per uscire dalla tua prigione e trovarti nello spazio di Dio. È il tempo che si chiama della Grande Settimana, che s’inarca dal venerdì santo all’alba del primo giorno dopo il sabato «avanti che spunti il sole». Infatti, già da quel tragico meriggio «in cui si è fatto buio su tutta la terra», appena che Lui aveva emesso l’alto grido e il soldato con la lancia gli aveva appena squarciato il cuore (donde «uscì sangue ed acqua»): già da allora, se tu guardi attraverso quella ferita, vedi tutta la distesa di Dio, l’infinito mistero, vedi la misteriosa scaturigine, il mare dell’amore e le onde irrompere oltre l’ultimo gemito, oltre il profondo pulsare del sangue.
 
Cose tutte che si compiono precisamente a Pasqua con lo scoperchiarsi delle tombe, con la grande pietra che si rovescia, e i soldati, i soldati e le potenze della terra in fuga nella notte. E lui che ci precede su tutte le strade, e cammina nella luce sul mare.
 
Parliamo pure di una Pasqua tutta personale. Ci sono dei momenti particolari di grazia per tutti, delle soste di Dio nella vita di tutti. Lui è libero di fare quello che vuole. E spesso si diverte a darti un fiore, a parte, ala-sciarti un ricordo. Sì, anch’io ricordo una Pasqua particolare. Era già da più di un anno, da quasi due, che vivevo nell’Abbazia di Sant’Egidio, dove mi trovo tuttora. Abitavo nella torre, e dalle tre finestrelle che disegnava¬no un perfetto triangolo di luce, contemplavo giù tutta la pianura.

Durava ancora il concilio. Erano i tempi di papa Giovanni e del concilio. Dio, che tempi! Sembravano davvero segnare un’aurora nel mondo. E io ci credevo; tutti credevano. Tutti speravamo.

Già quasi da un anno il vescovo mi aveva affidato una chiesa: una chiesa a me, tutta per me! «Prenda quella chiesa là che nessuno vuole», mi disse. Ed era, ed è un prodigio di chiesa. Costruita da monaci, nel 1000. Una chiesa fatta al tempo della contemplazione, secondo il gusto di Dio, secondo la divina fantasia.
 
E dentro a quell’onda di speranze, nella completa liberazione della coscienza (altro aspetto della Pasqua), dentro la «soave pace», di cui godeva la chiesa secondo la parola di papa Giovanni, ecco che mi era toccato di vivere una mia indimenticabile Pasqua. E allora niente di meglio - mi dissi, che mettermi a cantare.
 
lo vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade zufolando, così, fino a che gli altri dicano; è pazzo!
E mi fermerò soprattutto coi bambini a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò per via inchinandomi fino a terra.
E poi suonerò con le mie mani le campane sulla torre a più riprese finché non sarò esausto.
E a chiunque venga - anche al ricco - dirò: Siedi pure alla mia mensa (anche il ricco è un povero uomo).
E dirò a tutti: Avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso.
Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa.
Tutto è suo dono eccetto il nostro peccato. Ecco, gli darò un’icona dove lui - bambino - guarda
agli occhi di sua madre: così dimenticherà ogni cosa. Gli raccoglierò dal prato
una goccia di rugiada - è già primavera ancora primavera una cosa insperata non meritata
una cosa che non ha parole -; e poi gli dirò d’indovinare se sia una lacrima
o una perla di sole o una goccia di rugiada. E dirò alla gente: avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso.
Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa.
Non credo più neppure alle mie lacrime, e queste gioie sono tutte povere:
metterò un garofano rosso sul balcone, canterò una canzone tutta per lui solo.
Andrò nel bosco questa notte e abbraccerò gli alberi e starò in ascolto dell’usignolo,
quell’usignolo che canta sempre solo da mezzanotte all’alba.
E poi andrò a lavarmi al fiume, e all’alba passerò sulle porte
di tutti i miei fratelli e dirò a ogni cosa: «pace!»
e poi cospargerò la terra d’acqua benedetta in direzione
dei quattro punti dell’universo, poi non lascerò mai morire
la lampada dell’altare e ogni domenica mi vestirò di bianco. 

 
D.M. Turoldo, Il mistero del tempo, EMP 1992, pp. 52-63.

 




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