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Nel
suo Figlio, Gesù buon Pastore, il Padre ha
aperto nella Chiesa, attraverso il Beato Giacomo
Alberione, un nuovo cammino di santità.
La santità
di Dio, che non è
altro che la sua bontà e
la sua bellezza, è
stata resa
visibile in Cristo
buon Pastore: kalōs,
il Pastore Bello. |
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Buon
Pastore,
Mausoleo di
Galla
Placidia,
Ravenna |
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Per ogni
cristiano, il cammino di santità inizia con il
Battesimo. Tutti siamo chiamati a vivere in santità la
fede, la speranza, la carità.
Per noi,
Pastorelle, non è solo una vocazione alla
santità personale; ma siamo anche chiamate a prenderci cura della santità
del popolo di Dio
nel
ministero di cura pastorale. La nostra è una vocazione
ad essere
madri e sorelle nello Spirito a
servizio della santità della Chiesa mediante la
configurazione a Cristo Pastore, per risvegliare nell'umanità di
oggi il gusto di Dio.
Supplichiamo nella
preghiera il dono della
santità pastorale:
italiano
english
português
español |
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Lasciamoci interpellare
da alcuni testimoni
di santità vissuta nel
ministero di cura
pastorale.
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I Padri della Chiesa |
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San Basilio di
Cesarea
Padre della Chiesa,
monaco e pastore
Si ricorda il 2
gennaio |
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San Basilio di
Cesarea, il grande
Padre della Chiesa,
del gruppo dei Padri
cosiddetti Cappadoci
[1],
ci è
particolarmente caro
per molti motivi. E’
un Vescovo che viene
dal monachesimo, a
cui si devono le
prime Regole vere e
proprie della vita
fraterna in
comunità. La sua
sensibilità e
sapienza pastorale
provengono dalla
profonda esperienza
spirituale, di cui è
un indiscusso
maestro sia in
Oriente che in
Occidente.
San Basilio, come
teologo e pastore, è
una fonte di
ispirazione per la
missione pastorale
della Chiesa, perché
proprio a lui è
attribuita
l’espressione che
unisce il termine
cura a quello di
anima.
Infatti: “L’espressione
congiunta «cura
dell’anima» si
afferma, come
concetto, negli
scritti di Basilio e
tutto indica che
essa nasce
dall’attività e
dalla riflessione di
questo vescovo, si
deve a lui la sua
nascita
[2].
Egli avvicina la
cura dell’anima
all’ufficio
episcopale in
relazione ai fedeli.
Le espressioni «cura
dell’anima» e «cura
d’anime» si
riferiscono per lui,
anche all’attività
di alcuni fratelli
nelle comunità
religiose che si
dedicano alla «cura
d’anime»
[3].
Inoltre san Gregorio
Nazianzeno, che
stabilì con Basilio
una relazione
spirituale di
profonda amicizia,
nei suoi scritti, ha
reso ufficiale
l’espressione “cura
d’anime” legata
all’ufficio
episcopale: ”Gregorio
Nazianzeno utilizza
l’espressione come
legata all’ufficio
episcopale ed aiuta
così a «rendere
ufficiale»
l’espressione «cura
d’anime»
[4].
Senza tralasciare la
necessità di altri
studi, sembra che in
questi autori,
almeno nella lingua
greca, la «cura
d’anime» venga
intesa come ufficio
episcopale”
[5].
Alberione, in
Abundantes Divitiae
racconta che da
giovane sacerdote,
si dedicò a una più
profonda conoscenza
di santi Padri e
Fondatori, a partire
da San Basilio: “In
quel periodo prese
più intima
conoscenza di San
Basilio, San
Benedetto, …”
[6].
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Basilio nacque a
Cesarea di
Cappadocia verso il
330, da una famiglia
di profonda
tradizione
cristiana, una vera
e propria famiglia
di santi e di
testimoni della
fede: per prima la
nonna Macrina
[7],
poi la sorella Macrina la giovane,
il fratello Gregorio
divenuto vescovo di
Nissa, un altro
fratello, Pietro,
che fu vescovo di
Sebaste.
Basilio studiò a
Cesarea,
Costantinopoli e
Atene, dove incontrò
poeti e filosofi,
storici e retori.
Alla fine degli
studi nel 355, fece
un lungo viaggio per
conoscere la vita
monastica in Siria,
Palestina, Egitto e
Mesopotamia.
Insoddisfatto dei
suoi successi
mondani, e accortosi
di aver sciupato
molto tempo nelle
vanità, egli stesso
confessa: «Un
giorno, come
svegliandomi da un
sonno profondo, mi
rivolsi alla
mirabile luce della
verità del Vangelo...,
e piansi sulla mia
miserabile vita»
(cfr Ep.
223,2). Attirato da
Cristo, cominciò a
guardare verso di
Lui e ad ascoltare
Lui solo (cfr
Regole morali
80,1). |
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Ricevuto il
Battesimo, Basilio
si sentì chiamato a
un radicalismo
evangelico che
emerge in ogni
pagina dei suoi
scritti. Si ritirò
nella solitudine di
Annesi, dove fu
raggiunto poco dopo
da Gregorio di
Nazianzo e da altri
discepoli. Con
determinazione si
dedicò alla vita
monastica nella
preghiera, nella
meditazione delle
Sacre Scritture e
degli scritti dei
Padri della Chiesa,
specialmente di
Origene, unendo allo
studio il lavoro
manuale e
l’esercizio della
carità (cfr Epp.
2 e 22),
seguendo anche
l’esempio della
sorella, santa
Macrina, che già
viveva
nell’ascetismo
monastico.
Fu
ordinato sacerdote,
e istruito da Dio
attraverso la via
maestra delle
Scritture, Basilio
radunò intorno a sé
un numero sempre
maggiore di compagni
animati dal suo
stesso e unico
desiderio: adempiere
il comandamento
nuovo dell’amore. I
giovani che si
presentavano al suo
monastero per
seguire la vita
monastica,
chiedevano di farne
parte dicendo: “Sono
venuto per la carità”.
Nel 370, fu eletto
Vescovo di Cesarea
di Cappadocia,
nell’attuale
Turchia.
Come
pastore spese tutte
le sue forze per
porsi al servizio
della Parola di Dio,
che spezzava al
popolo affidato alle
sue cure pastorali,
opponendosi a tutti
coloro che offrivano
interpretazioni
riduttive
dell’Evangelo e
promuovendo
l’esercizio della
carità soprattutto
nei confronti dei
deboli e dei poveri.
Benedetto XVI, nelle
sue catechesi del
mercoledì ne ha
tracciato un
ritratto
affascinante: |
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“Mediante
la
predicazione
e gli
scritti
svolse
un’intensa
attività
pastorale,
teologica
e
letteraria.
Con
saggio
equilibrio
seppe
unire
insieme
il
servizio
alle
anime e
la
dedizione
alla
preghiera
e alla
meditazione
nella
solitudine.
Avvalendosi
della
sua
personale
esperienza,
favorì
la
fondazione
di molte
«fraternità»
o
comunità
di
cristiani
consacrati
a Dio,
che
visitava
frequentemente
(cfr
Gregorio
Nazianzeno,
Discorso
43,29 in
lode di
Basilio).
Con gli
scritti,
molti
dei
quali
sono
giunti
fino a
noi, li
esortava
a vivere
e a
progredire
nella
perfezione
(cfr
Regole
brevi,
Proemio).
Alle sue
opere
hanno
attinto
anche
vari
legislatori
del
monachesimo
antico,
tra cui
san
Benedetto,
che
considerava
Basilio
come il
suo
maestro
(cfr
Regola
73,5).
In
realtà,
san
Basilio
ha
creato
un
monachesimo
molto
particolare:
non
chiuso
alla
comunità
della
Chiesa
locale,
ma ad
essa
aperto.
I suoi
monaci
facevano
parte
della
Chiesa
locale,
ne erano
il
nucleo
animatore
che,
precedendo
gli
altri
fedeli
nella
sequela
di
Cristo e
non solo
nella
fede,
mostrava
la ferma
adesione
a Lui –
l’amore
per Lui
–
soprattutto
in opere
di
carità.
Questi
monaci,
che
avevano
scuole
ed
ospedali,
erano al
servizio
dei
poveri
ed hanno
così
mostrato
la vita
cristiana
nella
sua
completezza.
(…)
Come
Vescovo
e
Pastore
della
sua
vasta
Diocesi,
Basilio
si
preoccupò
costantemente
delle
difficili
condizioni
materiali
in cui
vivevano
i fedeli;
denunciò
con
fermezza
i mali;
si
impegnò
a favore
dei più
poveri
ed
emarginati;
intervenne
anche
presso i
governanti
per
alleviare
le
sofferenze
della
popolazione,
soprattutto
in
momenti
di
calamità;
vigilò
per la
libertà
della
Chiesa,
contrapponendosi
anche ai
potenti
per
difendere
il
diritto
di
professare
la vera
fede (cfr
Gregorio
Nazianzeno,
Discorso
43,48-51).
A
Dio, che è amore e
carità, Basilio rese
una valida
testimonianza con la
costruzione di vari
ospizi per i
bisognosi (cfr
Basilio, Ep.
94), quasi una città
|
della
misericordia, che da
lui prese il nome di
Basiliade
(cfr Sozomeno,
Storia
Ecclesiastica,
6,34). Essa sta alle
origini delle
moderne istituzioni
ospedaliere di
ricovero e cura dei
malati.
Consapevole che «la
liturgia è il
culmine verso cui
tende l’azione della
Chiesa, e insieme la
fonte da cui promana
tutta la sua virtù»
(Sacrosanctum
Concilium,
10), Basilio, pur
preoccupato di
realizzare la carità
che è il
contrassegno della
fede, fu anche un
sapiente
«riformatore
liturgico» (cfr
Gregorio Nazianzeno,
Discorso 43,34). Ci
ha lasciato infatti
una grande preghiera
eucaristica [o
anafora] che da lui
prende nome, e ha
dato un ordinamento
fondamentale alla
preghiera e alla
salmodia: per suo
impulso il popolo
amò e conobbe i
Salmi, e si recava a
pregarli anche nella
notte (cfr Basilio,
Omelie sui Salmi
1,1-2). E così
vediamo come
liturgia,
adorazione,
preghiera vadano
insieme con la
carità, si
condizionino
reciprocamente.
Con
zelo e coraggio
Basilio seppe
opporsi agli
eretici, i quali
negavano che Gesù
Cristo fosse Dio
come il Padre (cfr
Basilio, Ep. 9,3; Ep.
52,1-3; Contro
Eunomio1,20).
Similmente, contro
coloro che non
accettavano la
divinità dello
Spirito Santo, egli
sostenne che anche
lo Spirito è Dio, e
«deve essere con il
Padre e il Figlio
connumerato e
conglorificato» (cfr
Lo Spirito Santo).
Per questo Basilio è
uno dei grandi Padri
che hanno formulato
la dottrina sulla
Trinità: l'unico
Dio, proprio perchè
è Amore, è un Dio in
tre Persone, le
quali formano
l'unità più profonda
che esista, l'unità
divina.
Nel
suo amore per Cristo
e per il suo Vangelo,
il grande Cappadoce
si impegnò anche a
ricomporre le
divisioni
all’interno della
Chiesa (cfr Epp.
70 e 243),
adoperandosi perché
tutti si
convertissero a
Cristo e alla sua
Parola (cfr Il
giudizio 4),
forza unificante,
alla quale tutti i
credenti devono
ubbidire (cfr
ibid., 1-3)” [8]. |
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|
|
Basilio, non ancora
cinquantenne,
consumato dalle
fatiche e
dall’ascesi, morì il
1° gennaio del 379,
alle soglie del
Concilio di
Costantinopoli, che
aveva sapientemente
contribuito a
preparare servendo
l’unità e la
comunione nella
Chiesa e tra le
Chiese e
contribuendo in modo
decisivo, insieme
agli altri grandi
padri della
Cappadocia
all’elaborazione
della teologia sullo
Spirito santo e
sulla Trinità, che è
alla base del
simbolo di fede
comune a tutte le
Chiese cristiane.
Nell’insegnamento di
san Basilio ci sono
molte note di
perenne attualità,
ma vogliamo
sottolineare quella
che riguarda i
giovani e che
Benedetto XVI ha
messo bene in luce
nella sua catechesi
del mercoledì: |
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|
“Infine,
Basilio
si
interessò
naturalmente
anche di
quella
porzione
eletta
del
popolo
di Dio
che sono
i
giovani,
il
futuro
della
società.
A loro
indirizzò
un
Discorso
sul modo
di
trarre
profitto
dalla
cultura
pagana
del
tempo.
Con
molto
equilibrio
e
apertura,
egli
riconosce
che
nella
letteratura
classica,
greca e
latina,
si
trovano
esempi
di vita
retta.
Questi
esempi
possono
essere
utili
per il
giovane
cristiano
alla
ricerca
della
verità,
del
retto
modo di
vivere
(cfr
Discorso
ai
giovani
3).
Pertanto
bisogna
prendere
dai
testi
degli
autori
classici
quanto è
conveniente
e
conforme
alla
verità:
così con
atteggiamento
critico
e aperto
– si
tratta
infatti
di un
vero e
proprio
«discernimento»
– i
giovani
crescono
nella
libertà.
Con la
celebre
immagine
delle
api, che
colgono
dai
fiori
solo ciò
che
serve
per il
miele,
Basilio
raccomanda:
«Come le
api
sanno
trarre
dai
fiori il
miele, a
diffe- |
renza
degli
altri
animali
che si
limitano
al
godimento
del
profumo
e del
colore
dei
fiori,
così
anche da
questi
scritti
…si può
ricavare
qualche
giovamento
per lo
spirito.
Dobbiamo
utilizzare
quei
libri
seguendo
in tutto
l’esempio
delle
api.
Esse non
vanno
indistintamente
su tutti
i fiori,
e
neppure
cercano
di
portar
via
tutto da
quelli
sui
quali si
posano,
ma ne
traggono
solo
quanto
serve
alla
lavorazione
del
miele, e
tralasciano
il
resto. E
noi, se
siamo
saggi,
prenderemo
da
quegli
scritti
quanto
si
adatta a
noi, ed
è
conforme
alla
verità,
e
lasceremo
andare
il
resto» (Disc.
ai
giovani
4).
Basilio,
soprattutto,
raccomanda
ai
giovani
di
crescere
nelle
virtù:
«Mentre
gli
altri
beni …
passano
da
questo a
quello
come nel
gioco
dei
dadi,
soltanto
la virtù
è un
bene
inalienabile
e rimane
durante
la vita
e dopo
la
morte» (Disc.
ai
giovani
5)”
[9]. |
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|
Infine non si può
dimenticare il
grande elogio
dell’amicizia
cristiana che
Gregorio Nazianzeno
fa a riguardo di
Basilio: “Eravamo
ad Atene, partiti
dalla stessa patria,
divisi, come il
corso di un fiume,
in diverse regioni
per brama
d'imparare, e di
nuovo insieme, come
per un accordo, ma
in realtà per
disposizione divina.
Allora non solo io
mi sentivo preso da
venerazione verso il
mio grande Basilio
per la serietà dei
suoi costumi e per
la maturità e
saggezza dei suoi
discorsi, ma
inducevo a fare
altrettanto anche
altri che ancora non
lo conoscevano.
Molti però già lo
stimavano
grandemente,
avendolo ben
conosciuto e
ascoltato in
precedenza.
Che cosa ne seguiva?
Che quasi lui solo,
fra tutti coloro che
per studio
arrivavano ad Atene,
era considerato
fuori dell'ordine
comune, avendo
raggiunto una stima
che lo metteva ben
al di sopra dei
semplici discepoli.
Questo l'inizio
della nostra
amicizia; di qui
l'incentivo al
nostro stretto
rapporto; così ci
sentimmo presi da
mutuo affetto.
Quando, con il
passare del tempo,
ci manifestammo
vicendevolmente le
nostre intenzioni e
capimmo che l'amore
della sapienza era
ciò che ambedue
cercavamo, allora
diventammo tutti e
due l'uno per
l'altro: compagni,
commensali,
fratelli. Aspiravamo
a un medesimo bene e
coltivavamo ogni
giorno più
fervidamente e
intimamente il
nostro comune
ideale.
Ci guidava la stessa
ansia di sapere,
cosa fra tutte
eccitatrice
d'invidia; eppure
fra noi nessuna
invidia, si
apprezzava invece
l'emulazione. Questa
era la nostra gara:
non chi fosse il
primo, ma chi
permettesse
all'altro di
esserlo. Sembrava
che avessimo
un'unica anima in
due corpi. Se non si
deve assolutamente
prestar fede a
coloro che affermano
che tutto è in
tutti, a noi si deve
credere senza
esitazione, perché
realmente l'uno era
nell'altro e con
l'altro.
L’occupazione e la
brama unica per
ambedue era la
virtù, e vivere tesi
alle future speranze
e comportarci come
se fossimo esuli da
questo mondo, prima
ancora di essere
usciti dalla
presente vita. Tale
era il nostro sogno.
Ecco perché
indirizzavamo la
nostra condotta
sulla via dei
comandamenti divini
e ci animavamo a
vicenda nell’amore
della virtù. E non
ci si addebiti a
presunzione se dico
che eravamo l’uno
all’altro norma e
regola per
distinguere il bene
dal male.
E
mentre altri
ricevono i loro
titoli dai genitori,
o se li procurano
essi stessi dalle
attività e imprese
della loro vita, per
noi invece era
grande realtà e
grande onore essere
e chiamarci
cristiani”
[10].
A cura di sr
Giuseppina
Alberghina sjbp |
|
|
|
Note
[1]
Di
questo gruppo di
Padri ricordiamo san
Gregorio Nazianzeno,
amico carissimo di
Basilio e san
Gregorio di Nissa,
fratello di Basilio.
[2]
Cf.
BONHOEFFER, T.,
Zur Entstehung des
Begriffs Seelsorge,
in Archiv für
Begriffsgeschichte,
vol. XXXIII, Bonn,
Bouvier Verlag,
1990, p. 14.
[3]
Attività che passerà
poi a tutto il
cristianesimo nella
figura del direttore
spirituale. Cf Tesi
di sr Suzimara
Barbosa de Almeida,
sjbp, “La cura
d’anime come
espressione
specifica della
missione delle Suore
di Gesù buon pastore
nel pensiero di
Giacomo Alberione”,
Corso di Formazione
sul carisma della
Famiglia Paolina,
Roma, 2004, p 12,
della traduzione
italiana, Pro
manuscriptum.
[4]
Cf. MÜLLER, P.,
Seelsorge, in
Lexikon für
Theologie und Kirche,
IX, a cura di Walter
Kasper, Herder
Freiburg, 2000, p.
385.
[5]
Suzimara Barbosa de
Almeida, op. cit.
p.12.
[6]
Cf G.
Alberione: “Abundantes
divitiae gratiae
suae”, 39.
[7]
Santa Macrina senior
apparteneva a una
ricca stirpe di
credenti ed era
stata discepola di
Gregorio il
Taumaturgo. Privata
di tutti i beni a
causa della
persecuzione
dell’imperatore
Massimino Daia, che
aveva annesso
all’impero l’Asia
Minore, fu costretta
a fuggire, insieme
al marito e ad
alcuni servi sulle
montagne della
regione. Alla morte
dell’imperatore fu
possibile il ritorno
a casa. Il figlio di
Macrina, Basilio il
vecchio diventò un
famoso retore a
Neocesarea. Dal suo
matrimonio con
Emmelia,
appartenente
anch’essa a una
famiglia di
cristiani
perseguitati,
nacquero numerosi
figli tra cui
Basilio, Macrina
junior, Gregorio,
Pietro ed altri meno
famosi.
[8]
Benedetto XVI,
Catechesi del
mercoledì sui Padri
della Chiesa, Aula
Paolo VI, 4 luglio
2007.
[9]
Benedetto XVI,
Catechesi del
mercoledì, 1 agosto
2007.
[10]
San
Gregorio Nazianzeno,
Discorso 43, 15.
16-17. 19-21; Patrologia
Greca 36, 514-523. |
| |
| |
|
Testimoni della
santità pastorale |
|
Sr Clara Capeletti:
una storia d’amore
pasquale |
|
|
|
Aveva solo 16 anni
Agnese
quando lasciò la sua
famiglia e il campo
di Pedras Brancas,
già determinata a
consacrarsi a Dio
nella nostra
Congregazione, in
Brasile. I suoi
genitori, papà
Fedele e mamma
Regina erano di
origine italiana e
custodivano con
amore il patrimonio
di fede dei loro
padri. Erano
sorpresi e grati al
Signore che Agnese,
la settima dei loro
nove figli,
chiedesse di
diventare suora.
|
|
|
|
 |
Era nata
il 25
ottobre
del
1938.
Nessuno
di loro
lo
sapeva,
ma
quando
in
Brasile
nasceva
la
piccola
Agnese,
in
Italia
era
appena
nata la
Congregazione
delle
Suore di
Gesù
buon
Pastore
e da
pochi
giorni,
soltanto
18,
aveva
trovato
il suo
nido
dove
cominciare
a
crescere:
Genzano
di Roma.
Queste
sono le
coordinate
di Dio
che
possiamo
vedere
solo a
distanza
di
tempo. |
|
|
|
|
La
piccola
venne
battezzata
pochi
giorni
dopo la
sua
nascita
e le fu
dato il
nome di
Agnese,
quello
della
giovane
martire
romana
del III
secolo,
che per
amore di
Cristo
si offrì
come
agnello
innocente
nelle
mani dei
suoi
carnefici
e
imporporò
del suo
sangue
lo
stadio
di
Domiziano
a Roma,
l’attuale
piazza
Navona.
Agnese
Capeletti
crebbe
serenamente
nell’amore
della
sua
grande
famiglia.
Sin da
piccola
diceva
sempre
che
voleva
essere “freira”
[1],
e un
giorno
insieme
al
fratello
Fioravante,
mentre
consegnavano
dei
laterizi
in un
cantiere
del
Seminario
Nostra
Signora
Aparecida,
di San
Marco
[2],
un
sacerdote
del
Seminario,
P.
Alberto,
chiese a
Fioravante
se
voleva
diventare
sacerdote,
ma la
giovanissima
Agnese
prese la
parola
con
prontezza
e disse:
“Io
voglio
farmi
suora,
quale
Congregazione
mi
suggerisce?”.
Il
religioso
rimase
stupito
e indicò
ad
Agnese
la
Congregazione
delle
Suore
Pastorelle,
che da
poco più
di un
anno
[3]
aveva
aperto
una
comunità
a
Terceira
Légua,
nei
pressi
di
Caxias
do Sul.
E così,
un bel
giorno,
nella
stagione
in cui
in
Brasile
maturano
frutti
abbondanti,
Agnese
entrò in
Congregazione,
accolta
da Madre
Eugenia
Miana e
dalla
piccola
comunità
di
Pastorelle
e di
giovani
aspiranti.
Era il 6
aprile
1954. La
comunità
si
preparava
a
celebrare
la
Pasqua
del
Signore,
che
quell’anno
cadeva
il 18
aprile.
Un
momento
particolarmente
significativo
per
Agnese,
perché
la sua
vita,
ben
presto,
avrebbe
attraversato
tutto il
percorso
della
Settimana
Santa.
|
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|
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Dopo due anni trascorsi a Terceira Légua come aspirante, Agnese fu ammessa al postulato e fece la vestizione il 6 gennaio 1956. Subito dopo fu mandata a Bento Gonçalves[4]. Non aveva ancora fatto il noviziato e tuttavia Agnese si comportava già come una vera Pastorella: fervorosa nella preghiera e nella vita comunitaria, generosa nel servizio pastorale che svolgeva nella catechesi, nella visita ai malati e ai carcerati. Si dedicava anche ai lavori di maglieria che eseguiva con gusto e creatività.
Alla fine di gennaio del 1959 fece ritorno a Caxias do Sul, nella casa di Avenida san Leopoldo[5] per entrare in noviziato il 1 febbraio 1959. Il 2 febbraio del 1960, festa della Presentazione del Signore al tempio, Agnese fece la sua prima professione religiosa, assumendo il nome di Maria Clara. E da quel giorno fu per tutti “Irmã Clara”, una tra le prime Pastorelle brasiliane.
Ormai suora tornò a Bento Gonçalves quel giorno stesso, e ancora per due |
anni, riprese la sua missione accanto ai piccoli, agli ammalati e ai carcerati.
Delicata nei tratti somatici, chiara di carnagione, si avvicinava agli altri con la leggerezza di un angelo e con la discrezione di una sorella che si sentiva sempre troppo piccola per essere portatrice di un amore tanto grande, come quello di Gesù buon Pastore. Un tratto gentile che tuttavia celava un temperamento di fuoco, un carattere impulsivo che faticava a dominare, e che richiedeva un impegno quotidiano nel vivere il proposito principale della pazienza, puntualmente rinnovato ad ogni ritiro, sino alla fine. Ma come ebbe ad esprimersi una sua consorella, che diede testimonianza di lei: “Maria Clara lottò e vinse!”.
Dopo un breve passaggio a Terceira Légua venne destinata nella comunità formativa di Caxias do Sul, dove si mise a servizio delle sorelle per il buon andamento della comunità e si dedicò anche a qualche momento di studio, partecipando a un corso di catechesi promosso dalla Diocesi. |
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Intanto in
Congregazione
fervevano i
preparativi per la
fondazione delle
Pastorelle in
Argentina e Clara fu
scelta per far parte
del primo gruppo di
missionarie
brasiliane, guidato
da Madre Ignazia
Armani. Si
stabilirono a
Bárcena
[6],
Buenos Aires, per
l’animazione di una
casa destinata a
ritiri ed esercizi
spirituali.
Entusiasmo e povertà
caratterizzavano
quella prima
presenza in terra
argentina, e la
semina fu
abbondante, anche da
parte della giovane
Pastorella.
L’amore a Gesù buon
Pastore non conosce
confini e Maria
Clara ce la mise
tutta, donandosi con
generosità anche nei
lavori più nascosti
e privi di
riconoscimenti
umani. Lei aveva il
suo “giardino
segreto, nascosto
nel cuore”, in
cui poteva offrire
all’Amato del suo
cuore i fiori e i
frutti del suo
semplice ma tenace
amore. Nel suo
piccolo taccuino
annotava le sue
lotte e le sue
vittorie, ma anche
le sconfitte e le
umiliazioni, che il
Signore, certamente,
guardava con
infinita tenerezza
di Pastore buono.
A 27 anni, proprio
in Argentina,
Irmã
Clara emise la sua
professione perpetua
nelle mani di Madre
Ignazia, esattamente
il 2 febbraio del
1965. E fu
Pastorella per
sempre!
Dopo tre anni di
vita missionaria in
Argentina,
Irmã
Clara tornò in
Brasile nella
comunità di Caxias
do Sul, dove si
dedicò allo studio e
divenne responsabile
della sartoria e
della portineria:
luoghi frequentati
da molte persone,
sorelle e visitatori
che trovavano in lei
accoglienza e
generosa
disponibilità
all’aiuto. Spesso le
sorelle le
chiedevano lavori di
cucito o di essere
sostituite nei
lavori di casa e
Clara era sempre
pronta a dire: “Lascia
per me questo lavoro”.
Portava l’abito
religioso con molta
cura e dignità ed
era solita pregare
il Rosario passando
tra le dita i grani
della corona che
portava al fianco,
quasi con una punta
di orgoglio. Sempre
ordinata, amava la
povertà e lavorava
con assiduità e
silenziosamente,
perché il tempo era
per lei un tesoro
prezioso. Era
schietta e sincera
con tutti e
talvolta, per
l’amore alla verità,
rischiava di creare
qualche problema.
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Nel
febbraio
del 1970
fu
destinata
alla
comunità
di
Fagundes
Varela
[7],
dove
svolse
con la
precisione
e la
semplicità
di
sempre
la sua
missione.
Ma
l’anno
successivo
tornò a
Caxias
per
problemi
di
salute.
Era
sempre
stata di
gracile
costituzione
ed ora
si
manifestava
un
inizio
di
tubercolosi.
Fu
subito
prescritta
una
terapia
e dopo
lunghe
cure
migliorò
decisamente
sino a
guarire.
In
realtà
stava
solo
iniziando
la sua
settimana
santa,
che da
quel
momento
la unirà
sempre
di più
alle
sofferenze
di
Cristo
Pastore.
Dal
dicembre
1972
alla
fine di
gennaio
1973,
Clara
conobbe
la notte
oscura
del
dolore,
un male
che la
tormentava
senza
rivelarsi
pienamente.
Si
lasciò
docilmente
sottoporre
a
ricerche
e
analisi
di ogni
tipo che
non
davano
responsi
soddisfacenti,
rispetto
al male
che la
minava.
Si recò
a san
Paolo,
nella
comunità
di
Jabaquara
[8],
dove
rimase
per due
mesi e
sembrò
rimettersi
un po’
dal suo
malessere.
Ma
forse,
continuando
la
nostra
metafora,
era solo
il
giovedì
santo.
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Infatti,
tornata
a Caxias,
dopo
qualche
tempo
ripresero
i
sintomi
del suo
male e
questa
volta
non la
lasciarono
più. Il
suo male
era
nella
testa.
Si
sottopose
con
molta
speranza
a
ricerche
più
accurate,
ma ogni
volta la
sua
salute
peggiorava.
Era
serena,
fiduciosa,
aperta a
quanto
il
Signore
disponeva
per lei.
Le cure
e le
indagini
cliniche
erano
alquanto
dolorose,
un vero
e
proprio
venerdì
santo,
ma Maria
Clara li
visse
con
quella
pazienza
che
aveva
chiesto
come
grazia e
per la
quale
aveva
lottato
sin
dalla
prima
formazione.
Ora Gesù
buon
Pastore
gliene
aveva
fatto
dono.
Il 23
gennaio
entrò in
stato di
coma in
cui
sembrava
che i
dolori
non la
tormentassero
più, e
si fece
ogni
tentativo
possibile,
sperando
contro
ogni
speranza.
Il suo
volto
era
ormai
sfigurato
come
quello
dello
Sposo
sulla
croce,
ma nel
segreto
del suo
cuore,
in modo
a noi
sconosciuto,
si
consumava
l’offerta
suprema
della
vita: “Nessuno
ha uno
amore
più
grande
di
questo,
dare la
vita per
i propri
amici”
(Gv 15,
13). “Il
buon
Pastore
offre la
vita per
le sue
pecore” (Gv
10, 11). |
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Il buon Pastore Gesù
la venne a prendere
per portarla al
Padre, nel cuore
della notte, alle
3.07 del 28 gennaio,
mentre si
apprestavano a
splendere le luci
del sabato. Venne
come un ladro nella
notte, un ladro
d’amore che portava
con sé alle nozze
una giovane
Pastorella di appena
35 anni. Ma tutto
era compiuto ed era
l’alba della
Risurrezione.
Il comune di San
Marco, nella
frazione di Pedras
Brancas, dove era
nata Agnese Maria
Clara Capeletti,
volle dedicare una
via al suo ricordo,
e così tra i verdi
campi e le case che
la videro fanciulla,
il suo nome è sempre
ricordato: “Rua Irmã
Clara Capeletti”.
Sr Giuseppina
Alberghina sjbp |
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Note
[1]
Che, in portoghese,
significa “suora”.
[2]
San
Marco è il comune a
cui apparteneva
Pedras Brancas,
nello stato di Rio
Grande del Sud,
Brasile.
[3]
La
comunità di
Terceira Légua
era stata aperta il
23 agosto del 1952.
[4]
La
comunità di Bento
Gonçalves era stata
aperta il 5 dicembre
del 1953.
[5]
La
comunità di
Caxias
do Sul in
Avenida
san Leopoldo fu
aperta il 25 gennaio
1956, e divenne la
casa principale
delle Pastorelle del
Sud del Brasile e
casa di formazione
sino al 1983.
[6]
La
comunità di Bárcena,
Buenos Aires, fu
aperta il 19 marzo
1964 e fu chiusa nel
1978.
[7]
La
comunità di Fagundes
Varela fu aperta
l’11 febbraio 1954 e
chiusa nel dicembre
del 1983.
[8]
La
comunità di
Jabaquara, in San
Paolo, fu aperta il
25 gennaio del 1953,
all’epoca casa di
formazione, ora è
sede dell’Istituto
Divina Pastora.
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