|
L’esperienza
del monastero
Gregorio nasce intorno al 540 da una nobile famiglia romana in cui
la santità era di casa (la Chiesa venera come sante sua madre Silvia
e due zie). Dopo aver ricevuto un’educazione accurata, si trova al
vertice della società romana come praefectus urbi. Ma non gli
basta avere tutto il potere: gli rimane l’insoddisfazione e una
nostalgia della tradizione cristiana che aveva ricevuto in famiglia;
capisce che solo un contesto di comunione, cioè la Chiesa, gli
avrebbe permesso di vivere in modo unitario tutte le circostanze
della vita: «Nella santa Chiesa ciascuno sostiene ed è sostenuto. I
più vicini si sostengono a vicenda, e così per mezzo di essi si
innalza l’edificio della carità».
Perciò abbraccia la vita monastica, trasformando in monastero i
locali del suo palazzo al Celio. Si mette alla sequela di Cristo in
questo tipo di vita in cui tutto rimanda a Dio: l’obbedienza, il
ritmo di preghiera della giornata, il silenzio, lo studio della
Scrittura, il lavoro… Non vuole neanche essere lui l’abate e rimane
semplice monaco. Gregorio, considerando che «aveva lungamente
resistito al richiamo di Dio», vuole re-imparare tutto, non pensando
di “sapere già”.
La raggiunta quiete viene però bruscamente interrotta poco dopo dal
Pontefice, che lo chiama a collaborare con lui, dapprima come legato
a Costantinopoli, poi come suo segretario. Nel 590 un’alluvione
devasta Roma e fa scoppiare una gravissima peste, per la quale muore
papa Pelagio II. Gregorio viene acclamato Papa dal popolo, dal clero
e dal senato, malgrado tutte le sue resistenze a lasciare la sua
vocazione contemplativa.
Da Costantinopoli
al soglio pontificio
Neanche allora Gregorio vuole separarsi dai suoi monaci e ne tiene
almeno un gruppetto sempre con sé. Già come legato a Costantinopoli,
egli scrive: «Mi seguirono molti dei miei fratelli del monastero, a
me legati da un vincolo di amore fraterno. Ritengo che ciò sia
avvenuto per divina disposizione, perché, mediante il loro continuo
esempio, io rimanessi fissato come da un’ancora al lido tranquillo
dell’orazione, allorché venivo continuamente sballottato dagli
affari del mondo». Proprio questa esperienza di comunione vissuta lo
ha reso un tenace e lungimirante ricostruttore del popolo di Dio.
Gregorio infatti ritiene che l’unica possibilità di rigenerare la
Chiesa è far vedere a tutti la comunione in atto che lui stesso
vive. Per questo motivo la stessa organizzazione della Chiesa deve
mostrare l’unità nella diversità dei suoi membri, essere un luogo
dove ogni realtà umana viene abbracciata e purificata dalla grazia
di Cristo. La scelta dei vescovi (alcuni provenienti dal suo
monastero del Celio) e la cura dei rapporti con loro sono per
Gregorio un fattore fondamentale per l’evangelizzazione e la
diffusione di questa esperienza di unità nel Popolo di Dio. Egli
tiene contatti fittissimi coi suoi vescovi (più di 380 lettere!) e
anzitutto per loro scrive la Regola Pastorale, opera che lungo tutta
la storia della Chiesa ha aiutato tanti educatori.
Il metodo con cui egli educa il popolo, nelle sue omelie, nelle
lettere e sopratutto nei Dialoghi, è quello di mostrare che Cristo è
contemporaneo, cioè che continua a sostenere il suo popolo, che è in
mezzo alle vicende umane.
Ora et labora
La storia d’Europa, le sue radici cristiane, hanno in Gregorio un
protagonista decisivo.
Questa mentalità unitaria, propria dell’ora et labora
benedettino, gli permette di risolvere la tensione tra azione e
contemplazione: «Chi prega ma non vuol operare, alza a Dio il cuore
ma non le mani. Chi opera ma non prega, alza le mani ma non il
cuore. Innalza cuore e mani a Dio chi corrobora l’orazione con le
opere». È questa la fonte da cui nasce l’impressionante attività
caritativa svolta e promossa da Gregorio: «Chi trascura di amare
Dio, non sa amare il prossimo; invece progrediamo in modo più
autentico nell’amore di Dio se prima nel grembo del suo amore
riceviamo il latte della carità del prossimo». Raggiunge così in
modo capillare tutti gli aspetti dell’esistenza, intervenendo là
dove emerge un’urgenza, indicando con precisione persone, luoghi,
circostanze e proponendo concrete soluzioni… Racconta il suo
biografo Giovanni Diacono che «ogni giorno passavano per le strade e
i vicoli della città suoi corrieri a portare cibi già cucinati agli
infermi e ai malati di qualunque genere. In verità non vi era a Roma
chi non avesse sperimentato la caritatevole benevolenza di quest’uomo
tanto misericordioso».
Germe di cultura nuova
La immensa azione pastorale dispiegata per circa quattordici anni,
fino alla sua morte il 12 marzo 604, non la si deve immaginare fatta
da un Pontefice attorniato da un gran numero di collaboratori.
Addirittura Gregorio fin dalla giovinezza non ebbe buona salute. Fu
uomo forte in un corpo fragile. Anche sotto questo aspetto egli è un
maestro che insegna a non lasciarsi condizionare dai limiti fisici,
diventando così un motivo per sostenere la speranza di tutti gli
uomini. Questo sguardo positivo, perfino nella sua lunga malattia,
caratterizza il suo realismo cristiano, che gli permette di
valorizzare tutto trattenendo sempre il meglio, senza censurare
niente.
Questo “ecumenismo”, questa apertura veramente cattolica,
universale, è stata il germe di una cultura nuova, di una nuova
civiltà. Così Gregorio, da una parte, fa da ponte fra due mondi
ostili, quello dei barbari e quello romano; dall’altra parte egli fa
anche da ponte tra l’Antichità e il Medioevo, cioè è l’ultimo dei
Padri della Chiesa antica e, allo stesso tempo, è il primo dei Padri
medievali.
Breve
cronologia
· 540 circa Nasce a Roma, in una famiglia appartenente all’antica gens
Anicia. Della sua famiglia vengono venerate come sante anche la
madre e due zie. Come di consuetudine in quell’epoca tra i giovani
della sua estrazione sociale, intraprende la carriera politica,
avendo completato gli studi di Diritto e di Grammatica.
Successivamente abbandona la vita politica e diventa monaco,
trasformando il suo palazzo sul Celio in monastero (Sant’Andrea) e
adottando la Regola benedettina.
·
579 Papa Pelagio II lo chiama al suo fianco, nominandolo diacono e
inviandolo a Costantinopoli. Al suo ritorno il Pontefice lo chiama
come consigliere.
·
590 Alla morte di Pelagio II viene eletto Papa, con largo consenso,
anche di popolo. Egli si occupò della sua città - Roma era a quel
tempo piagata da peste e fame -, ma ancora più importante fu la sua
opera “politica” di frenare l’espansione dei longobardi e di
appoggiare la regina Teodolinda contro l’eresia ariana in Oriente.
Fu anche il promotore della cristianizzazione dell’attuale
Inghilterra.
Fu artefice inoltre di importanti riforme, tra cui quelle della
liturgia romana e del canto sacro.
·
604
Muore a Roma.
Le opere
* Commento al libro di Giobbe. 35 libri. “Enciclopedia” su tutti gli
aspetti della vita cristiana.
* Regola Pastorale. “Manuale” di pedagogia cristiana,
psicologicamente acutissimo.
* Dialoghi. 4 libri. Racconti sulle vite e i miracoli dei santi
italiani dei secoli V e VI. Include la prima biografia di san
Benedetto.
* Omelie sui Vangeli. 40 omelie al popolo, nei primi anni di
pontificato.
* Omelie su Ezechiele. 22 omelie pronunciate durante l’assedio dei
longobardi a Roma.
* Lettere. Sono più di 850 e sono rivolte ai destinatari più
diversi. È la prima raccolta completa delle lettere di un Papa.
Ricca di informazioni sulla sua persona e sulla sua epoca.
Altre opere minori:
*
Commento al Cantico dei Cantici
*
Commento al Primo libro dei Re
Da:
Tracce
N° 10,
novembre 2004
|