San Gregorio Magno

 

Dopo il crollo dell’Impero romano sembrava la fine del mondo, senza punti di riferimento per il presente né segni di speranza per il futuro. La “grandezza” di san Gregorio (chiamato appunto “Magno”) fu nel riconoscere che il cristianesimo e l’avvenire del genere umano non erano indissolubilmente legati alla civilizzazione romana, bensì a Cristo, unica roccia veramente duratura.

 

Solo un uomo illuminato dalla fede avrebbe potuto scorgere i segni di un mondo nuovo, l’alba di una nuova civiltà, mentre veniva meno un impero in cui molti avevano riposto la loro speranza. In questo momento di svolta epocale, Dio aveva scelto Gregorio (che significa “vigilante”, “sentinella”) per la ricostruzione del popolo di Dio.

 

L’esperienza del monastero
Gregorio nasce intorno al 540 da una nobile famiglia romana in cui la santità era di casa (la Chiesa venera come sante sua madre Silvia e due zie). Dopo aver ricevuto un’educazione accurata, si trova al vertice della società romana come praefectus urbi. Ma non gli basta avere tutto il potere: gli rimane l’insoddisfazione e una nostalgia della tradizione cristiana che aveva ricevuto in famiglia; capisce che solo un contesto di comunione, cioè la Chiesa, gli avrebbe permesso di vivere in modo unitario tutte le circostanze della vita: «Nella santa Chiesa ciascuno sostiene ed è sostenuto. I più vicini si sostengono a vicenda, e così per mezzo di essi si innalza l’edificio della carità».
Perciò abbraccia la vita monastica, trasformando in monastero i locali del suo palazzo al Celio. Si mette alla sequela di Cristo in questo tipo di vita in cui tutto rimanda a Dio: l’obbedienza, il ritmo di preghiera della giornata, il silenzio, lo studio della Scrittura, il lavoro… Non vuole neanche essere lui l’abate e rimane semplice monaco. Gregorio, considerando che «aveva lungamente resistito al richiamo di Dio», vuole re-imparare tutto, non pensando di “sapere già”.
La raggiunta quiete viene però bruscamente interrotta poco dopo dal Pontefice, che lo chiama a collaborare con lui, dapprima come legato a Costantinopoli, poi come suo segretario. Nel 590 un’alluvione devasta Roma e fa scoppiare una gravissima peste, per la quale muore papa Pelagio II. Gregorio viene acclamato Papa dal popolo, dal clero e dal senato, malgrado tutte le sue resistenze a lasciare la sua vocazione contemplativa.

Da Costantinopoli al soglio pontificio
Neanche allora Gregorio vuole separarsi dai suoi monaci e ne tiene almeno un gruppetto sempre con sé. Già come legato a Costantinopoli, egli scrive: «Mi seguirono molti dei miei fratelli del monastero, a me legati da un vincolo di amore fraterno. Ritengo che ciò sia avvenuto per divina disposizione, perché, mediante il loro continuo esempio, io rimanessi fissato come da un’ancora al lido tranquillo dell’orazione, allorché venivo continuamente sballottato dagli affari del mondo». Proprio questa esperienza di comunione vissuta lo ha reso un tenace e lungimirante ricostruttore del popolo di Dio.
Gregorio infatti ritiene che l’unica possibilità di rigenerare la Chiesa è far vedere a tutti la comunione in atto che lui stesso vive. Per questo motivo la stessa organizzazione della Chiesa deve mostrare l’unità nella diversità dei suoi membri, essere un luogo dove ogni realtà umana viene abbracciata e purificata dalla grazia di Cristo. La scelta dei vescovi (alcuni provenienti dal suo monastero del Celio) e la cura dei rapporti con loro sono per Gregorio un fattore fondamentale per l’evangelizzazione e la diffusione di questa esperienza di unità nel Popolo di Dio. Egli tiene contatti fittissimi coi suoi vescovi (più di 380 lettere!) e anzitutto per loro scrive la Regola Pastorale, opera che lungo tutta la storia della Chiesa ha aiutato tanti educatori.
Il metodo con cui egli educa il popolo, nelle sue omelie, nelle lettere e sopratutto nei Dialoghi, è quello di mostrare che Cristo è contemporaneo, cioè che continua a sostenere il suo popolo, che è in mezzo alle vicende umane.


Ora et labora
La storia d’Europa, le sue radici cristiane, hanno in Gregorio un protagonista decisivo.
Questa mentalità unitaria, propria dell’ora et labora benedettino, gli permette di risolvere la tensione tra azione e contemplazione: «Chi prega ma non vuol operare, alza a Dio il cuore ma non le mani. Chi opera ma non prega, alza le mani ma non il cuore. Innalza cuore e mani a Dio chi corrobora l’orazione con le opere». È questa la fonte da cui nasce l’impressionante attività caritativa svolta e promossa da Gregorio: «Chi trascura di amare Dio, non sa amare il prossimo; invece progrediamo in modo più autentico nell’amore di Dio se prima nel grembo del suo amore riceviamo il latte della carità del prossimo». Raggiunge così in modo capillare tutti gli aspetti dell’esistenza, intervenendo là dove emerge un’urgenza, indicando con precisione persone, luoghi, circostanze e proponendo concrete soluzioni… Racconta il suo biografo Giovanni Diacono che «ogni giorno passavano per le strade e i vicoli della città suoi corrieri a portare cibi già cucinati agli infermi e ai malati di qualunque genere. In verità non vi era a Roma chi non avesse sperimentato la caritatevole benevolenza di quest’uomo tanto misericordioso».

Germe di cultura nuova
La immensa azione pastorale dispiegata per circa quattordici anni, fino alla sua morte il 12 marzo 604, non la si deve immaginare fatta da un Pontefice attorniato da un gran numero di collaboratori. Addirittura Gregorio fin dalla giovinezza non ebbe buona salute. Fu uomo forte in un corpo fragile. Anche sotto questo aspetto egli è un maestro che insegna a non lasciarsi condizionare dai limiti fisici, diventando così un motivo per sostenere la speranza di tutti gli uomini. Questo sguardo positivo, perfino nella sua lunga malattia, caratterizza il suo realismo cristiano, che gli permette di valorizzare tutto trattenendo sempre il meglio, senza censurare niente.

Questo “ecumenismo”, questa apertura veramente cattolica, universale, è stata il germe di una cultura nuova, di una nuova civiltà. Così Gregorio, da una parte, fa da ponte fra due mondi ostili, quello dei barbari e quello romano; dall’altra parte egli fa anche da ponte tra l’Antichità e il Medioevo, cioè è l’ultimo dei Padri della Chiesa antica e, allo stesso tempo, è il primo dei Padri medievali.

 

Breve cronologia
· 540 circa Nasce a Roma, in una famiglia appartenente all’antica gens Anicia. Della sua famiglia vengono venerate come sante anche la madre e due zie. Come di consuetudine in quell’epoca tra i giovani della sua estrazione sociale, intraprende la carriera politica, avendo completato gli studi di Diritto e di Grammatica.
Successivamente abbandona la vita politica e diventa monaco, trasformando il suo palazzo sul Celio in monastero (Sant’Andrea) e adottando la Regola benedettina.
· 579 Papa Pelagio II lo chiama al suo fianco, nominandolo diacono e inviandolo a Costantinopoli. Al suo ritorno il Pontefice lo chiama come consigliere.
· 590 Alla morte di Pelagio II viene eletto Papa, con largo consenso, anche di popolo. Egli si occupò della sua città - Roma era a quel tempo piagata da peste e fame -, ma ancora più importante fu la sua opera “politica” di frenare l’espansione dei longobardi e di appoggiare la regina Teodolinda contro l’eresia ariana in Oriente. Fu anche il promotore della cristianizzazione dell’attuale Inghilterra.
Fu artefice inoltre di importanti riforme, tra cui quelle della liturgia romana e del canto sacro.

· 604 Muore a Roma.

 

Le opere
* Commento al libro di Giobbe. 35 libri. “Enciclopedia” su tutti gli aspetti della vita cristiana.
* Regola Pastorale. “Manuale” di pedagogia cristiana, psicologicamente acutissimo.
* Dialoghi. 4 libri. Racconti sulle vite e i miracoli dei santi italiani dei secoli V e VI. Include la prima biografia di san Benedetto.
* Omelie sui Vangeli. 40 omelie al popolo, nei primi anni di pontificato.
* Omelie su Ezechiele. 22 omelie pronunciate durante l’assedio dei longobardi a Roma.
* Lettere. Sono più di 850 e sono rivolte ai destinatari più diversi. È la prima raccolta completa delle lettere di un Papa. Ricca di informazioni sulla sua persona e sulla sua epoca.
 

Altre opere minori:

* Commento al Cantico dei Cantici

* Commento al Primo libro dei Re

 

Da: Tracce N° 10, novembre 2004